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E’ “golpe bianco”, strisciante, vengono attaccati e sovvertiti i valori fondamentali della Costituzione, viene grado a grado applicato il decalogo della P2 di Licio Gelli. Negli anni ’60 vinse la democrazia. Ed ora???

Sono passati cinquant’anni. Era l’Italia del 1960. Il Paese si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni socio-politiche. Oggi sono attaccati  i diritti fondamentali strappati con le lotte di quella stagione e non appaiono difesi, se non soltanto da minoranze apparentemente isolate, in un dato complessivo di sfrangiamento sociale e di sostanziale atonia politica

Sono passati cinquant’anni.
Era l’Italia del 1960. Il Paese si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni socio-politiche.
Si stava provando, con fatica, ad uscire dagli anni ’50 e a far nascere il centrosinistra.
Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la Presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, l’MSI.
Quell’MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa: quell’MSI che decise, alla fine del mese di Giugno, di tenere il suo congresso a Genova, Città medaglia d’oro della Resistenza.
L’antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no.
Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani.
La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista.
Ma si trattò di una vittoria amara, a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime.

Questi i fatti, descritti per sommi capi, accaduti in quell’intenso e drammatico inizio d’estate di cinquant’anni fa: è necessario, però, tornarvi sopra per riflettere, partendo da un dato.
Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica come quella compiuta dall’MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare anche come quell’assise sarebbe stata presieduta da Basile, soltanto quindici anni prima, protagonista nella stessa Città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione.
Si trattò, invece, di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d’Italia.
Erano ancora vivi ed attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945, ed è sempre necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici:una crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, nel quale si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della “decolonizzazione” , in particolare, in Africa, con la nascita del movimento dei “non allineati”.

Prima ancora, però, dovrebbe essere valutato un elemento, a nostro avviso, di fondamentale importanza: abbiamo già accennato all’entrata in scena di quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirato l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università accanto ai fratelli maggiori; giovani che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni ’40-’50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale.

Allora i moti del Luglio ’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra e generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici.
Un punto di analisi, questo, non ricordato di frequente: al riguardo del quale abbiamo pensato di presentare un testo, a nostro giudizio illuminante, scritto da Raniero Panzieri ed apparso, il 25 Luglio del 1960 proprio nel momento in cui i nuovi equilibri politici si andavano formando ( il governo Tambroni si era dimesso ed Amintore Fanfani si apprestava a varare quel ministero che Aldo Moro avrebbe definito delle “convergenze parallele”: per la prima volta, infatti, il PSI si sarebbe astenuto, come i Monarchici, sull’altro versante. Si trattava del prodromo del governo organico di centrosinistra che poi lo stesso Moro avrebbe presieduto nel Dicembre del 1963).

L’articolo di Panzieri (che non aveva ancora aperto la serie dei “Quaderni Rossi”) uscì sulla rivista della federazione torinese del PSI, “La Città” e ne riportiamo di seguito uno stralcio particolarmente significativo:”E’ dunque necessario conquistare, al livello delle forze politiche organizzate, una consapevolezza precisa e seria del movimento reale del Paese. E per questo occorre, innanzi tutto, riconoscere i tratti del processo democratico che da lungo tempo è andato maturando nella nostra società, al di fuori, in gran parte, dalle linee e dagli obiettivi perseguiti dai partiti di sinistra. Ciò che è caratteristico di questo processo è che, nonostante la sua estraneità ai partiti, non ha per nulla i connotati tipici della “spontaneità”: il suo grado di coscienza è fortemente sottolineato dalla capacità delle giovani leve operaie di “servirsi” del sindacato unitario (soprattutto) e anche dei partiti di classe, nella stretta misura in cui la partecipazione ed il sostegno delle organizzazioni operaie esistenti è necessario all’affermazione di uno schieramento unitario di classe. Perciò l’estraneità organizzativa ai partiti di decine di migliaia di giovani operai, che sono state la punta avanzata del movimento, deve essere valutata come un rapporto di spinta, di azione critica esercitata da forze consapevoli, ora in modo chiaro, ora in forme incerte e travagliate, di rappresentare esigenze e scopi di lotta più complessi e più avanzati di quelli offerti dalle organizzazioni e di dover esercitare con la loro autonomia una pressione perché queste si adeguino ai rapporti di classe……
…..Ma questi elementi possono prendere rilievo e consistenza durevole soltanto in una prospettiva politica generale. E proprio questa prospettiva è presente nell’azione dei partiti solo assai parzialmente e in modo deformato. Essa dovrebbe concretarsi nella rivendicazione di un mutamento profondo nelle strutture economiche e sociali, nella individuazione dei processi totalitari del potere, che dalla grande fabbrica si estendono a tutti i livelli del Paese, in un rifiuto del divario che l’azione capitalistica provoca e aggrava di continuo tra la realtà dei rapporti politici e le istituzioni…”

Fin qui lo stralcio dell’articolo di Raniero Panzieri: un Panzieri quasi profetico ad indicare temi che poi sarebbero stati alla base delle lotte operaie del decennio, fino a sfociare nell’ “Autunno caldo” del 1969, nell’unità e nel sindacato dei “Consigli” (stava già, forse, nell’articolo citato quell’interrogativo suscitato da qualcuno, proprio a proposito del Luglio’60: ultimo episodio della Resistenza o primo vagito del ’68?).
E, ancora, quanto vale oggi il richiamo di Panzieri in un momento in cui sono attaccati direttamente i diritti fondamentali strappati con le lotte di quella stagione e che non appaiono difesi, se non soltanto da minoranze apparentemente isolate, in un dato complessivo di sfrangiamento sociale e di sostanziale atonia politica? Interrogativi che rimandiamo all’attualità: una complessa e difficile attualità.
In quel Luglio ’60, da non considerare – ripetiamo – soltanto per i fatti accaduti in quei giorni, ma nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica, si aprì, ancora, a sinistra, una discussione sulla natura della DC, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano.
Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il “vero fascismo” italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; quello che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l’apporto della piccola e media borghesia.
Il partito democristiano appariva, dunque, ad una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (ricordiamolo ancora una volta: eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico-sociale-repressivo-autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.
L’analisi sviluppata dal PCI togliattiano fu diversa.
Nonostante le asprezze della polemica quotidiana il PCI aveva assunto come stella polare di tutta la sua strategia l’intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal ’47 in poi (grazie alla “guerra fredda”) al vertice della DC.
Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all’interno della DC, anche al vertice del partito.
In quel Luglio ’60 il PCI cercò di operare in quella direzione, ed il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall’interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che abbiamo già richiamato delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”.

Oggi, a cinquant’anni di distanza, possiamo meglio valutare l’esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice ( a partire dal “tintinnar di sciabole” dell’estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l’assunzione, in particolare da parte del PSI ,via, via, di una vocazione “governista” sfociata nel decisionismo craxiano, nello sviluppo abnorme della partitocrazia (con il contributo di un complessivo “consociativismo” allargato all’intero arco parlamentare) e, infine, nella “questione morale” che segnò, all’inizio degli anni’90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo.
Ebbene, proprio in quella situazione, l’implosione della DC consentì di verificare la giustezza di certe analisi: le masse DC, la gran parte dell’elettorato democristiano, in quel momento di trasformazione del sistema politico trovarono, infatti, sede politica e dirigenti in cui affidarsi in Alleanza Nazionale (l’ex-MSI diventato ormai vero e proprio soggetto di massa) e in Forza Italia (diventato subito il maggior partito italiano, dal punto di vista dei risultati elettorali).

Il che induce a pensare, anche oggi, come una analisi della DC di tipo “azionista” non risultasse del tutto errata: certo era schematica perché leggeva il presente di allora, quello degli anni’60, con le categorie del passato conosciuto negli anni ’30 – ’40 (il fascismo). Però introduceva un elemento che non andrebbe mai trascurato e che ci riporta all’attualità: mentre la sinistra non ha saputo rimanere tale, almeno nelle sue connotazioni di fondo, attraverso le trasformazioni dell’ultimo quindicennio, la destra non ha perso i suoi connotati di sempre.
Non è questa la sede per una analisi approfondita, ma non crediamo di errare dicendo che quel “vero fascismo” che aveva tentato di emergere nel luglio ’60 rappresentava un agglomerato di interessi-pregiudizi-istinti che continua ad esistere e che, al dissolversi del “grande ombrello” DC capace di tenere assieme pulsioni di destra con istanze di sinistra sociale vera e propria, ha trovato rapidamente la sua sede politica in formazioni che fanno del liberismo selvaggio, delle pulsioni razziste, dall’attacco indiscriminato ai diritti sociali e ai principi fondanti della Costituzione il loro architrave e la base di una pericolosa iniziativa politica.
Nel Luglio ’60 vinse la democrazia: e adesso?
Franco Astengo

(Tratto da Aprile online)