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Una storia torbida da chiarire fino in fondo

Appaiono legami torbidi nella vicenda dell’arresto dell’immobiliarsista Vittorio Casale. Quando nella politica apparirà un pò di trasparenza è sempre troppo tardi. Ma perchè così tanti interessi nelle sale Bingo?

L’immobiliarista di sinistra

Alla fine i cosiddetti immobiliaristi si assomigliano tutti. E Vittorio Casalenon sembra fare eccezione. Lo schema è sempre lo stesso: compro un palazzo a 10, te lo rivendo a 20, tu lo rivendi a 30, io lo ricompro a 40, e così via. Il mercato tira, dicono in genere. E tira sì, se c’è sempre una banca pronta a finanziare gli amici e gli amici degli amici. Fino a quando, uno dopo l’altro, questi caricaturali capitani d’industria vanno a gambe all’aria: se compro a 50 un palazzo che vale 20 è solo perché spero di rivenderlo a 60 a un altro amico delle banche. Ma chi resta con il cerino in mano, come ogni tanto capita per legge di natura, prima annaspa un po’, poi finisce regolarmente in galera. Toghe ostili? Vedremo. Certo è che alle banche nessuno chiede mai spiegazioni, ma questa è un’altra storia.

Sicuramente Casale conferma la regola che per scambiarsi palazzi come figurine le relazioni aiutano. Massone dichiarato e convinto, amico di Francesco Cossiga, in affari con i più bei nomi del capitalismo italiano, sempre pronto a vantare rapporti privilegiati con il mondo dei servizi segreti, l’intraprendente cinquantunenne originario di Parma deve molta della sua notorietà ai rapporti con il mondo nebulosamente definito “dalemiano”.

Un legame ricostruito non su prove ma su indizi. Nasce intorno al governo D’Alema, nel 2000, il grande business delle sale Bingo, e Casale è lì, azionista della Codere Italia che diventerà leader del mercato. I Ds di Bologna devono vendere un pacco di immobili, e lui è lì, pronto a comprare. Il boss della Unipol Gianni Consorte, uomo di D’Alema, dà l’assalto alla Bnl nella calda estate dei furbetti del quartierino, e Casale è lì a dargli una mano. Come? Con le relazioni, costruite grazie agli affari, propiziati dalle relazioni.

Casale viene arrestato mentre è ancora in corso contro di lui e Consorte un processo per appropriazione indebita al tribunale di Roma. Una storia esemplare. Tra il 2004 e il 2005, proprio mentre preparava l’assalto alla Banca nazionale del Lavoro, Consorte vende circa 130 immobili della Unipol alla società Operae di Casale per circa 250 milioni. Casale in realtà chiude l’operazione con una società veicolo partecipata per il 60 per cento dal fondo americano Glenbrook, rappresentato in Italia dall’avvocato Alvaro Pascotto. Mesi dopo gli immobili vengono girati al gruppo Pirelli Real Estate, e Casale ci guadagna sopra una quarantina di milioni. Nello stesso tempo Pascotto investe 40 milioni nell’acquisto dello 0,5 per cento della Bnl, su richiesta di Consorte che chiede partner per la sua scalata.

Il giro è sempre lo stesso. Consorte è protagonista della trattativa per la vendita di Telecom Italia alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera, nell’estate del 2001. Principale venditore è la Hopa del bresciano Emilio Gnutti, protagonista a sua volta dell’estate delle scalate bancarie: lui e Consorte sono amici e complementari, il primo è amico di Silvio Berlusconi, il secondo di D’Alema. Quando partono le scalate bancarie Casale rileva dalla Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani una quota di azioni Fingruppo (prima azionista di Hopa) che la banca aveva appena comprato da Gnutti. Può sembrare complicato, ma è solo perché i nomi sono sempre gli stessi. E quasi tutti si sono già presi un po’ di anni di galera.

Fallita la scalata alla Bnl e cacciato Consorte dalla Unipol (con i nuovi vertici impegnati a dare ai magistrati le carte per il processo di cui sopra) Casale ha tentato di sostenere il suo profilo di immobiliarista solido e di successo. É addirittura circolato il suo nome come possibile salvatore della Pirelli Real Estate rimasta in mutande per la fine della bolla immobiliare (che ovviamente nessun manager sia pur bravo avrebbe potuto prevedere). Naturalmente ha sostenuto Intermedia, la nuova merchant bank con cui Consorte voleva andare alla riscossa, prima di prendersi tre anni di carcere per la scalata Antonveneta.

É riuscito anche a far scrivere che fra il 2005 e il 2008 aveva gestito immobili per 5 miliardi di euro, e ha cominciato a vagheggiare progetti di quotazione in Borsa, “probabilmente a Milano anche se non escludo di andare a Londra dove la disciplina in materia è già più consoli-data”. Quando ieri sono andati ad arrestarlo forse ha realizzato che la disciplina in materia è consolidata anche in Italia.

(Tratto da Il Fatto Quotidiano)